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Posts Tagged ‘Luca Perencin’

[ENG] How to setup an easy OTP access on Ubuntu with Secure-Pass

December 2nd, 2011 No comments

As IT Consultant I’m costantly looking for solutions that can help my customers (and me too!) to have a more proficient , effective IT management. Sometime they think they need complex and expensive solutions to protect and enhance the access to their data, but often the solution is easy and secure. At this time, a customer ask me to implement a “more secure” access to a SSH/SFTP server, so i tested the OTP solution provided by Secure Pass.
Secure Pass is a identity management system on the cloud and provided as a SaaS (Software as a Service). The implementation was extremely fast and easy, so i decided to make this essential how-to to explain how it works.

We have very small pre-requisites for this test/tutorial i used:

  •  Ubuntu Server, with ssh enabled and working
  • If not already installed, you need the libpam-radius-auth library
    (you can easily verify it to check for pam_radius_auth.so presence in /lib/security
    otherwhise simply do an apt-get install libpam-radius-auth)
  • A Secure Pass account and a same-name user account on the server

Ok ready.

At first step, we log in to the SecurePass site to configure a new device.

Add new device

As showed in picture, we only need to set the public IP Address of the server, a fully qualified domain name (FQDN), and the secret password for the radius authentication.After completion we get a small recap of the already created device.
At this point, we can log in to the server to configure the radius authentication.
pick your favourite editor to open /etc/pam_radius_auth.conf and add, at the end of the file the following lines

radius1.secure-pass.net secret 3
radius2.secure-pass.net secret 3

 

auth conf file

Of course the “secret” is the same we have set up on the secure-pass site
beyond this point we need to configure the PAM to correct manage the authentication.

Pick up again an editor and open /etc/pam.d/common-auth

we have to setup two simple lines:

auth<-->sufficient<---->pam_radius_auth.so.
auth<-->[success=1 default=ignore]<---->pam_unix.so nullok_secure try_first_pass

 

That’s all! You are now ready to log in to your system using the combination user + OTP Password! Easy, isn’t ?

OTP app for android

OTP can be provided by a phisical token or, like in this case, by the dedicated Android App
as showed in the photo.

La comunicazione diventa Social

September 30th, 2011 No comments

Facebook, Twitter, FriendFeed, Linkedin…..se avete una piccola e media impresa e non avete mai sentito nessuna delle parole di qui sopra, allora  cominciate a preoccuparvi.

E’ un dato di fatto che i social network, le reti sociali, siano entrate in modo preponderante nella realtà quotidiana, influenzando i nostri comportamenti, le nostre abitudini e anche i nostri acquisti.

Di questo cambiamento e delle potenzialità di questi nuovi canali comunicativi sono state protagoniste fin dall’inizio le grosse aziende, dapprima americane, poi europee che hanno investito tempo e risorse in questi nuovi canali comunicativi, vediamo di capirne il perché.

I vantaggi sono immediati e visibili; si ha a che fare con un ambiente aperto e amichevole per l’utente, già abituato all’interfaccia e al tipo di iterazione, si ha un rapporto diretto con il cliente / utente, che ha la possibilità di esporre direttamente il proprio quesito, la propria critica e, perché no, i propri complimenti.

Ovviamente il passaggio a questo tipo di canali obbliga ad un cambio di mentalità da parte delle imprese o pubbliche amministrazioni che siano; Non più chiusi nella torre d’avorio ma aperti al mondo e all’iterazione. Questo tipo di passaggio spesso spaventa, e ci sono stati in passato casi di chiusura prematura per alcuni marchi che avevano gestito male la loro immagine, ma soprattutto erano poco inclini alle critiche, o comunque avevano male impostato la loro strategia comunicativa.

L’errore più comune è quello di pensare che ogni social network sia uguale all’altro, mentre ognuno ha le sue caratteristiche, le sue peculiarità e scopi e sopratutto un diverso “modus operandi”. Per fare un esempio concreto, la gestione mediatica di una pagina Facebook è diversa dalla gestione di un account Twitter. La tipologia di utenti è qualitativamente diversa, sebbene ci siano, ovviamente, utenti comuni ai due mondi, e in diverso modo vanno trattati e seguiti; l’utente Facebook si aspetta di trovare sulla pagina di un Azienda informazioni, immagini, video, promozioni relative a quell’azienda e ai suoi prodotti; l’utente Twitter, invece, cerca più il dialogo diretto con qualcuno di quell’azienda, aspetta spesso delle risposte a delle domande precise e mirate, e non risparmia di far saper  all’Azienda ( e al resto del mondo ) le sue critiche e perplessità. Questo esempio fa capire perché la prima soluzione venga usata spesso come vetrina istituzionale mentre la seconda venga più utilizzata per il customer care e le relazioni pubbliche, appunto per la sua immediatezza.

Fino ad adesso abbiamo parlato di grandi aziende, ma, perché non portare tutto il potenziale delle reti sociali alle piccole e medie imprese? Cosa ancora frena le PMI e le PA su questo fronte?

Non esiste in realtà una sola risposta, ma diverse e molteplici risposte, come diversi e molteplici sono i fattori influenzanti in queste scelte. Parlando di piccole e medie imprese, spesso a conduzione famigliare e padronale, va marcato purtroppo il fattore generazionale, la diffidenza verso i nuovi canali comunicativi ed una certa “pigrizia” che induce a restare sui mezzi tradizionali. Un altro motivo di dubbio è il fatto che questo tipo di attività sia vista ancora come una “perdita di tempo” dovuta al fatto, e questo è indubbio, che i social networks siano nati per scopi diversi e poi abbiano puntato sulla clientela più business. Fanno eccezione alcune reti, ad esempio Linkedin, che fin da subito sono nate per creare relazioni di tipo professionale.

Come procedere, allora? Sicuramente non bisogna improvvisare, ma studiare insieme ad un esperto la propria strategia comunicativa che integri, magari, sito aziendale e social network, stabilendo cosa si vuole promuovere e chi si vuole raggiungere; In secondo luogo bisogna pensare che, per avere un ritorno nel tempo, bisogna investire necessariamente del tempo e delle risorse nella cura e  nell’esposizione dei contenuti, cercando di mantenere quella che potrebbe essere chiamata una “linea editoriale”; E importante, insomma mantenere alta l’attenzione verso il cliente o utente, e, nel caso di istituzioni, mantenere il focus sul servizio da promuovere, senza scadere in divagazioni. Avendo a disposizione un canale simile,infatti, è facile rischiare di finire fuori tema o promuovere iniziative o contenuti non pertinenti. Gli utenti mal sopportano messaggi troppo insistenti o incoerenti, o peggio ancora messaggi visibilmente ed esplicitamente  “pubblicitari”.

Alla riprova di quanto detto sopra, esistono casi di successo internazionali, ma anche italiani,  di grandi e piccole aziende che hanno puntato con decisione e con determinazione sull’integrazione tra i diversi canali, tra essi i vari operatori di telefonia e servizi, per restare tra i grandi, ma anche piccole e medie imprese del terziario, o del terzo settore, o ancora di imprese artigiane che usano abitualmente le reti sociali come veicolo di promozione per raggiungere un settore di pubblico che altrimenti non sarebbe stato accessibile.

Per quanto riguarda le PA, al di là di casi isolati, si sta verificando una spinta dal basso, ovvero dai piccoli comuni, ma anche da enti regionali, più flessibili e pronti al cambiamento, che stanno facendo dei social networks il loro canale di comunicazione prioritario, tra i vari casi possiamo citare l’ente Turismo Emilia Romagna,  presente attivamente con blog, Facebook, Twitter ed altre reti, e alcuni comuni della costa Romagnola, come il comune di Rimini, tra i primi comuni ad usare attivamente Twitter per le sue comunicazioni.

L’uso generale di questi canali rimane ancora limitato, e ancora molti comuni, enti, associazioni, faticano a  capirne le potenzialità e i vantaggi, anche in termini di investimento,veramente minimo, e di ritorno economico, decisamente alto rispetto all’investimento.

La speranza è quella di una maggiore apertura e di una presa di coscienza su dove si sta spostando la comunicazione, sempre più lontana dai canali tradizionali, e sempre più verso i nuovi media.

articolo apparso su technologybiz.it

[ WordPress ] Un Backup semplice ed Efficace per il nostro sito WordPress

August 24th, 2011 No comments

Spesso si tende a sottovalutare i Backup e i salvataggi dei siti, demandando questa “responsabilità” al Gestore, all’Amministratore o semplicemente ignorando il problema e sperando che le cose vadano sempre bene. Come abbiamo avuto modo di vedere anche ultimamente, con i casi Amazon e Aruba, le cose NON vanno sempre bene, ed è quindi sempre meglio tutelarsi con strategie di Backup più o meno complesse.
Quello proposto oggi è un accorgimento abbastanza semplice e comodo, anche se non rappresenta, va ben detto, una soluzione definitiva o al top, ma comunque una soluzione alternativa facilmente attuabile in ogni sito WordPress.
Si tratta, semplicemente, di un plugin che si occupa di fare un backup schedulato (giornaliero, settimanale, o ad altri intervalli impostabili) sincronizzandosi con un Account (o meglio una Directory) di Dropbox.

Il funzionamento è veramente semplice:  Una volta installato e attivato il plugin (che si chiama per l’appunto WordPress Backup to Dropbox) cercandolo direttamente dalla sezione Plugins, o scaricandolo dal sito di WordPress, viene chiesta l’autorizzazione all’accesso di un account DropBox, come succede per altre applicazioni. Una volta data l’autorizzazione ci si trova davanti ad una semplice schermata di configurazione (vedi immagine) dove impostare l’intervallo e posizione di salvataggio dei files, sia locale che “remoto” su Dropbox. Se si imposta un nome di directory non esistente verrà automaticamente creato. E’ interessante notare che, a differenza di altri Plugin provati, questo provvede a fare un salvataggio di TUTTO il sito, salvando sia i contenuti (file di configurazione, uploads, ecc) sia il database, che provvede ad esportare in forma di query SQL, in un apposita directory, e quindi già pronto per un eventuale restore, in caso di necessità.

Un accorgimento ulteriore, che ho preso, è quello di creare un account Dropbox separato per il salvataggio di un paio di piccoli siti (ricordiamo che la dimensione per l’account “free” di Dropbox è di 2 Gb) e di far salvare ogni sito in una sottocartella separata; dopodiché ho condiviso la cartella dei backup con il mio account principale e, et voilà, ho sempre sotto controllo la situazione del backup da un solo punto.

 

Partecipazione TV alla trasmissione “Smart&App” [ il video ]

August 1st, 2011 No comments
Luca Perencin , Claudio Poli

clicca per il video

Un piccolo aggiornamento per quanto riguarda la partecipazione mia e di Claudio Poli alla trasmissione “Smart&App” di La3TV.
Se vi siete persi la diretta video o streaming , potete trovare la registrazione della puntata nel loro archivio .

Attenzione, per visualizzare il video è necessario installare Microsoft Silverlight.( si, lo so.. non dite niente…)  Se non volete installarvi Silverlight potete cliccare direttamente sullo streaming Wmv ( potete usare il browser, oppure VLC , consigliato ).

Buona Visione! commenti , critiche e , perché no, complimenti, sono graditi.

Privacy e Cloud, i nostri dati sono al sicuro?

May 25th, 2011 No comments

La crescente diffusione di servizi cloud gratuiti per il salvataggio e la condivisione di file ( vedi Dropbox e similari ) sta aprendo nuove prospettive e nuove problematiche per quanto riguarda la sicurezza dei nostri dati sulla rete.
Di recente proprio Dropbox, il servizio forse più popolare e diffuso è stato oggetto di un indagine dell’ FTC ( Federal Trade Commission ) per quanto riguarda le metodologie e le tecniche utilizzate per la protezione dei dati dei proprio utenti.

L’accusa principale è che Dropbox permetta a soggetti terzi di avere accesso ai nostri dati, anche se ufficialmente solo per usi “governativi” ( per esempio se l’utente è sottoposto ad indagine giudiziaria  ) ma anche per usi non precisati ad altri enti Americani oltre che ad un “numero limitato di dipendenti” per i soli usi di manutenzione e controllo.
Dropbox si è subito affrettata a precisare la sua versione , oltre che a presentare una variazione del TOS ( Term of Service ), ovvero quella lunga lista di articoli che dovremmo leggere ogni volta che accettiamo un servizio.

I numeri di Dropbox sono impressionanti : in soli quattro anni l’azienda ha raggiunto i 25 Milioni di Utenti , ogni giorno vengono salvati 300 Milioni di files , con una media di un milione di files ogni 5 minuti. si stima che, in totale , gli utenti abbiano salvato 100 Miliardi di files.
La facilità d’uso e la disponibilità del client per molte piattaforme ( comprese quelle mobili ) hanno fatto il successo di questo servizio, che permette di “buttare via” la chiavetta usb che di solito usiamo per portarci appresso alcuni dati.
La facilità e e la flessibilità del servizio non deve dunque farci dimenticare l’attenzione che dobbiamo dare ai nostri dati. Non Nel caso di dati sensibili, o dati a cui teniamo particolarmente, sarà utile utilizzare altri metodi di memorizzazione,utilizzare diverse tipologie di backup, oltre che proteggere i dati con una cifratura che protegga i documenti da occhi “indiscreti”.
Va ricordato che la stessa precauzione andrebbe presa anche per le chiavette Usb o gli altri dispositivi di memorizzazione esterna, che, proprio per la loro natura mobile sono più soggetti a guasti , perdite, furti , ecc.
Attenzione, però, spesso si eccede nella direzione opposta, con backup continui e dappertutto, su dispositivi diversi, ma senza una logica precisa; Questo atteggiamento può rivelarsi addirittura controproducente, con duplicazione di dati inutili, perdita di spazio utile ed un eccessiva ridondanza dei dati.

La regola principale da seguire è sempre quella del buon senso: vanno individuati i dati veramente importanti da salvare e i media più adatti a salvare quel tipo di dati, in base appunto all’importanza, alla dimensione, all’uso, e anche in base al “per quanto tempo” che molti spesso non considerano.

Se non avete mai pensato a tutto questo, allora è venuto il momento di pensarci sul serio

NoLABS offre gratuitamente il servizio di ITScreening , un sistema efficace di verifica e di risk assessment  della vostra infrastruttura e dei vostri dati. Cosa aspetti? chiama oggi per concordare una visita presso la tua sede.

 

Skype e Microsoft, un altro punto di vista

May 13th, 2011 No comments

BSOD on Mobile ?

Stavo leggendo un interessante articolo di Enrico Signoretti su Juku e mi sono sentito in dovere di dare i miei “due cents” alla conversazione.

E’ già passato qualche giorno dalla notizia ufficiale, da quando cioè Steve Ballmer (e non Bill Gates, come erroneamente hanno riportato alcuni media) ha annunciato l’acquisizione di Skype da parte di Microsoft ed è tempo di fare alcune considerazioni.

Skype è un prodotto che conosciamo tutti, un semplice programma VoIP per fare chiamate (ma anche videochiamate e chat) che deve la sua fortuna proprio a questo: la sua semplicità e la disponibilità per quasi tutte le piattaforme, in primis per quelle Microsoft, ma anche via via per gli altri, fino alle più recenti versioni per piattaforme mobili.
Detto questo c’è da dire che presenta anche i suoi lati “oscuri”. Il fatto che utilizzi un protocollo proprietario e non compatibile con gli standard internazionali (come il SIP) rende praticamente impossibile l’interoperabilità con gli altri operatori; in più, utilizzando questi protocolli non divulgati pubblicamente non è ben chiaro come vengano trattati i dati, creando così un reale rischio per la sicurezza, dato che da sempre (e Microsoft ne è la conferma) i protocolli chiusi sono quelli più esposti a falle e ad attacchi da parte di terzi.

Tornando a Skype, la sua acquisizione era nell’aria; un’azienda con una grosse dote di utenti, ma con gravi perdite finanziarie, acquisita dapprima da Ebay nel 2009 per finire appunto nelle mani di Microsoft pochi giorni fa, ma in precedenza erano circolate voci di possibili offerte da parte di Google e di Facebook, altri due giganti con esigenze diverse per quanto riguarda il voice over IP. La prima, infatti, ne avrebbe beneficiato togliendo di mezzo un concorrente scomodo per il suo Google Voice / Gtalk, anche se proprio recentemente ci sono stati degli update interessanti di questo programma, come l’attivazione di una modalità di videochiamata alla “facetime di Apple”, su telefoni Android con versione 2.3.4. La seconda, Facebook, era già partita tempo fa con degli esperimenti di integrazione, visibili anche dal fatto di poter importare contatti da Skype in Facebook, e ne avrebbe guadagnato dalla possibilità di dare la comunicazione “voce” alla sua popolare piattaforma di chat.

Staremo a vedere cosa ne farà Microsoft di Skype, se riuscirà in questo modo a rilanciare il suo segmento Mobile, arrivato come al solito in ritardo rispetto ai concorrenti,oppure se sarà capace di affossare anche questo prodotto, come già successo in passato per altre acquisizioni (trovate qui un interessante articolo sulle maggiori 15 acquisizioni di Microsoft e la loro fine)
Di una cosa sono quasi sicuro: entrambi gli altri concorrenti avrebbero aperto Skype agli altri, sia per questioni di operabilità che per loro convenienza. Dal mio punto di vista è quasi impensabile che un qualsiasi prodotto oggi non abbia una base almeno in parte Opensource e, fatte rare eccezioni (come Apple, che ha dei livelli di fanatismo quasi religioso) nessuno punta più sulle piattaforme completamente chiuse.
D’altra parte c’è da dire che al momento non esiste un valido concorrente completamente aperto per Skype; ci sono ottimi programmi in circolazione e anche la tecnologia e modi per farne di migliori, ma come ho già avuto modo di dire, in questi casi non sempre vince il migliore.

 

 

 

Opensource in azienda: quanta paura!

April 19th, 2011 No comments

In azienda sentiamo spesso parlare di soluzioni “Opensource”, sistemi aperti o piattaforme libere; i termini si sovrappongono e si rincorrono, a volte correttamente, a volte generando anche qualche confusione. Perché un’azienda dovrebbe utilizzare software open source ? Quali sono i vantaggi reali e quali sono i rischi?

Vediamo di analizzare nel dettaglio i vari fattori che compongono questo mondo. Per quanto può riguardare il mondo IT “business” possiamo dividerlo in tre parti: le soluzioni Server, quelle Client e i Device.

Per quanto riguarda l’ultimo punto, è sotto gli occhi di tutti la crescita esponenziale delle soluzioni open in questi anni. Sono oramai migliaia i device e le periferiche che adottano questo tipo di soluzioni, dalla stampante con gestione remota via web server basata su schede linux embedded oppure ai NAS (Network Attached Storage) che gestiscono sistemi RAID multi disco e condivisioni “samba” compatibili con tutti i sistemi, per finire ai recenti telefoni cellulari che adottano Android, ma anche macchine fotografiche fino al navigatore che usiamo tutti i giorni in auto.

Per quanto riguarda le soluzioni Server, le soluzioni Open sono presenti da anni, sia per quanto riguarda il lato Storage che per quanto riguarda il lato Web/Database/ Datawarehouse o per i sistemi di BI; importante sottolineare che anche un big player come ad esempio IBM stanno sviluppando e migrando i loro prodotti di punta verso sistemi di questo tipo.

Le migliori soluzioni di Virtualizzazione “girano” spesso su questo tipo di piattaforme e più di recente si stanno sviluppando anche piattaforme “cloud” completamente Open.

Per quanto riguarda il lato client, qui viene il lato dolente.

Ad entrare in gioco è il fattore umano. La conoscenza scarsa, o spesso la pigrizia, tendono spesso ad avere un’idea sbagliata di cosa sia il mondo open e di come invece può contribuire a migliorare il nostro lavoro in termini di velocità, sicurezza e affidabilità.

Quando, discutendo, mi viene chiesto perchè al momento sono più i sistemi chiusi rispetto a quelli aperti rispondo spesso con questo paragone: per chi se lo ricorda, anni fa cominciarono a comparire le prime videocassette VHS e Betamax. Se il secondo nome non vi dice niente è perchè lo standard Betamax è letteralmente sparito. Betamax era uno standard nettamente superiore al VHS, e sebbene il primo standard derivi dal secondo, il Betamax è sparito perchè non ha saputo conquistare il mercato. Spesso non è lo standard migliore che vince, ma quello che riesce a conquistare il mercato.

Il motivo per cui quasi tutti noi utilizzano sistemi chiusi è perché sono già preinstallati nei computer che compriamo grazie ad accordi commerciali.

Effettivamente fino a poco tempo fa usare un sistema aperto era piuttosto macchinoso e richiedeva una certa dose di pazienza e tecnicità. Ma negli ultimi tempi molto è cambiato; grazie anche a distribuzioni come Ubuntu (preinstallato anche in parecchi Netbook) che hanno contribuito ad avvicinare molte persone a questo mondo. Le ultime versioni hanno un’usabilità ed una stabilità che ha convinto parecchie persone ad abbandonare per sempre il loro vecchio modo di lavorare e li ha spinti ad iniziare a divertirsi.

Per quanto riguarda il lato Azienda esiste un supporto a lungo termine, per cui anche gli amministratori di sistema non devono correre dietro agli aggiornamenti di versione.

La quasi totale assenza di virus e minacce di questo genere vanno a completare le caratteristiche di queste soluzioni. Se poi aggiungiamo che la tendenza futura a portare sempre di più applicazioni e dati sul cloud rendono praticamente indifferente la piattaforma d’uso, allora, perchè non passare a queste soluzioni?

A cura di Antonio Savarese e Luca Perencin

Fonte : DataManagerOnline Permalink